A SLOW WINE FAIR LE STORIE DI DISOBBEDIENZA BIODINAMICA

Si è chiusa martedì 27 febbraio la terza edizione di Slow Wine Fair, la fiera del vino buono, pulito e giusto voluta dall’associazione Slow Food per offrire uno spazio di approfondimento e confronto sulla viticoltura sostenibile in Italia e nel mondo. I padiglioni di Bologna Fiere hanno ospitato tre intense giornate di conferenze, masterclass, presentazioni, incontri con buyers, e naturalmente di assaggi ai banchi, con quasi 1.000 cantine in rappresentanza di 27 paesi e circa 12.000 visitatori complessivi.


Al centro della manifestazione il tema della fertilità dei suoli, elemento indispensabile per la salvaguardia del pianeta, che è sempre più minacciato da politiche commerciali votate al solo profitto, riducendo le specie coltivate e impoverendo i terreni. Per combattere questa emergenza ormai prossima al punto di non-ritorno, Slow Wine propone una sinergia tra i vari attori del mondo vinicolo, compresi i consumatori, dove ognuno assume il carico di una responsabilità nei confronti dell’ambiente e della sua difesa. Non solo adozione di pratiche agricole amiche della biodiversità, dunque: anche stili di vita virtuosi, garanzia di compensi adeguati, chiarezza normativa e tanti altri fattori contribuiscono ad alimentare un modello di sviluppo equilibrato fra essere umano e natura.

Proprio nell’ottica di sinergia nasce il sodalizio fra Slow Wine e Demeter Italia, che inaugura una propria arena dibattiti all’interno della fiera. Demeter, organizzazione internazionale per l’agricoltura biodinamica, svolge attività di promozione, diffusione e certificazione dei fondamenti introdotti dall’austriaco Rudolf Steiner agli inizi del XX secolo, e rappresenta oggi il principale ente di riferimento in materia. Per far conoscere al pubblico i vantaggi, non privi di sacrifici, che questa filosofia comporta sulla sanità dei suoli e dei loro prodotti, Demeter Italia ha portato a Bologna le esperienze di quattro aziende: Al di là del fiume (Emilia-Romagna), Giancarlo Ceci (Puglia), Tenuta Olianas (Sardegna), Edi e Kristian Keber (Friuli Venezia Giulia).

Il filo conduttore dei racconti è certamente la disobbedienza: disobbedienza verso gli studi scolastici e universitari, dove l’insegnamento si orienta a metodologie di stampo industriale; disobbedienza alle logiche di mercato, che spingono a preferire le vie più brevi per ottenere risultati, spesso con l’ausilio della chimica; disobbedienza nei confronti dei padri, che hanno raggiunto i loro traguardi seguendo criteri convenzionali, e perciò refrattari ad ogni cambiamento di rotta, peggio se incerto dal lato economico. Ma passione e ferme convinzioni dei vignaioli protagonisti hanno infine prevalso sulle difficoltà e sugli ostacoli.

Danila Mongardi, titolare col marito di “Al di là del fiume” (Marzabotto, BO), lavorava nel campo dell’assistenza sociale prima di occuparsi di viticoltura, decidendo di recuperare alcuni appezzamenti di famiglia all’interno del parco di Monte Sole. Qui, la sua propensione professionale alla cura dell’altro, unita al profondo rispetto per un luogo dal triste passato (la strage nazifascista del 1944), l’ha condotta alla scelta biodinamica, guidata dall’enologo Adriano Zago. “Pur partendo da zero, sapevamo cosa non volevamo” dice Danila, che adesso offre nella sua tenuta anche osteria, pernottamento, iniziative artistiche e terapeutiche, per un accudimento della persona a 360°.


Giancarlo Ceci, proprietario dell’omonima cantina nei pressi di Castel Del Monte (Andria, BT), ricorda la sua caparbietà, alla fine degli studi di agraria, nel voler seguire principi diversi da quelli impartiti nelle aule. Dopo aver rilevato le vigne del padre, inizia nel 1988 l’imbottigliamento in proprio avviando da subito la conduzione biologica, fino a ottenere – nel 2011 – la certificazione biodinamica. L’impegno di Giancarlo si è poi rivolto alla creazione di una completa fattoria agricola, con la produzione di olio EVO, salse di pomodoro, ortaggi freschi e l’allevamento di vacche.

Alfredo Figus, enologo di Tenuta Olianas (Gergei, NU) sottolinea l’importanza che un gruppo imprenditoriale del vino come i Casadei (proprietari di Castello del Trebbio a Pontassieve e di Tenuta Casadei a Suvereto) abbia sposato senza indugi la causa biodinamica, smentendo che la stessa sia destinata solo a realtà di nicchia. La Sardegna, con le sue aree incontaminate e protette, risultava perfetta per la nascita di un progetto che integra la disciplina biodinamica con altri accorgimenti (uso di aratri trainati da cavalli, affinamenti in anfora, recupero di varietà botaniche antiche), nell’obiettivo di custodire l’essenza millenaria del luogo.


Pure per Kristian Keber – che affianca il padre Edi nella loro azienda di Cormons (GO) – l’ispirazione verso la biodinamica sorge al temine del percorso universitario, grazie alle letture di Nicolas Jolie e agli incontri col citato Adriano Zago e con i vignaioli sloveni. Proprio nella vicina Slovenia, in una piccola vigna appartenuta ai nonni, Kristian inizia le sue sperimentazioni, realizzando che la biodinamica può dare un grande aiuto alla pianta nell’adattarsi alle particolarità del terroir (piovosità, contrasto tra clima mediterraneo e continentale, depositi di flysch). Sulla scia delle consapevolezze acquisite, Kristian riesce a convincere il padre della bontà di quella direzione, estendendola al resto dei vigneti nel Collio.

Ognuno degli intervenuti ha concluso con un suggerimento dedicato ai giovani che si affacciano alla viticoltura biodinamica, e che tuttora caratterizza il loro approccio: coltivare sempre l’esplorazione e la conoscenza; trovare una strada personale che tenga conto delle radici; guardare la natura con occhi capaci di interrogarsi; dare a sé stessi la possibilità di sbagliare, così da entrare sempre più in sintonia con l’ambiente di cui facciamo parte e che abbiamo il compito di tutelare.

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