A SLOW WINE FAIR FOCUS SULL’ALBANA, VITIGNO INDOMABILE

Tra le mission di Slow Wine, la tutela dei vitigni autoctoni occupa sicuramente un posto di primissimo piano, per il ruolo che essi svolgono nel raccontare le vicende e l’evoluzione delle comunità, oltre a costituire spesso un argine alla deriva industriale e commerciale della viticoltura. In un territorio come l’Italia – da sempre crocevia di culture e contaminazioni – riscoprire e valorizzare queste uve significa restituire dignità al passato e garantire una sopravvivenza a molti luoghi a rischio di abbandono.

Inoltre, in un momento in cui il mercato è alla ricerca di nuovi sapori, cresce l’attenzione verso varietà meno conosciute, spesso in grado, grazie al loro carattere versatile e originale, di fornire interessanti abbinamenti con i piatti della cucina moderna, anch’essa contraddistinta dalla contaminazione fra varie tradizioni. Nel programma di Slow Wine Fair, l’evento annuale di Slow Wine dedicato al vino “buono, pulito e giusto”, non potevano dunque mancare incontri di approfondimento sulla riscossa degli autoctoni, come la masterclass che ho seguito, dal titolo “Albana. Il futuro del bianco italiano passa anche da qui”.

A introdurre il più noto – assieme al sangiovese – dei vitigni romagnoli (“e anarchico come i suoi abitanti”, aggiungono i relatori), intervengono Federica Randazzo, vice-curatrice di Slow Wine, e Francesco Bordini, vignaiolo, agronomo e consulente aziendale. Accanto a loro, otto produttori in rappresentanza di altrettanti “volti” dell’albana, uva dalla natura poliedrica che si presta a tante interpretazioni (la troviamo ad esempio in versione secca, mossa, macerata, dolce) e che si è storicamente adattata a territori distinti per clima, terreni e altitudini.

Bordini sottolinea gli elementi ancestrali dell’albana – come la buccia consistente e ricca di polifenoli, o l’equilibrio acido-salinico – che la rendono un bianco anomalo e ribelle nel panorama vinicolo, per certi versi (vedi struttura e tannino) assimilabile a un rosso. Nel tempo sono nati tre principali ecotipi, ognuno con caratteristiche legate alle aree di coltivazione, che si differenziano anche per le forme di allevamento (spaziando dalla pergola all’alberello). I principali marcatori sono però i suoli, di comune origine marina, dalla composizione che vede – a seconda delle zone – prevalenza di marne, calcare, gesso o argille rosse.

Il percorso di degustazione ha individuato tre chiavi di lettura del vitigno (tra l’altro, primo bianco italiano a ottenere la DOCG nel 1987). “Vini da territorio”, esplora quattro espressioni dell’albana percorrendo la dorsale dell’Appennino dall’interno verso il mare, con i vini delle cantine Giovannini dai Colli Imolesi (Romagna Albana secco G.G.G. 2022), Terre della Rocca nella Val del Senio (Romagna Albana secco Alle Dodici a Monte Tondo 2023), Fondo San Giuseppe a Brisighella (Romagna Albana secco Fiorile 2022) e Giovanna Madonia a Bertinoro (Romagna Albana secco Neblina 2023).


Vinificazioni alternative” presenta invece due esempi di duttilità dell’albana, con la Fattoria Monticino Rosso di Imola, che porta la Romagna Albana spumantizzata Metodo Classico Pas Dosé (30 mesi di affinamento sui lieviti), e Tenuta La Viola di Bertinoro, con la sua Romagna Albana DOCG Secco Interra Bianco 2023, macerazione di 5 mesi sulle bucce in anfore di terracotta. “Il residuo zuccherino” affronta infine l’altra grande proprietà dell’albana, proponendo in assaggio il Tergeno Ravenna IGP bianco 2014 della Fattoria Zerbina di Faenza, realizzato con parte delle uve attaccate dalla “muffa nobile”, e l’Albana Passito 2021 dell’azienda Bissoni di Bertinoro, ottenuto da appassimento sulla pianta.

Otto vini per otto stili e visioni dell’albana, che dimostra con questa masterclass di avere raggiunto – grazie al lavoro collettivo dei vignaioli – un livello degno dei vini bianchi più famosi e acclamati, e di meritare tutto l’interesse degli operatori di settore.

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