DA NORD A SUD, LE REGIONI SI RACCONTANO AL VINITALY

Ogni regione dello stivale trova nel Vinitaly la vetrina principe per presentare i propri “gioielli nascosti” agli operatori del settore, con momenti di approfondimento sulle aree enologiche emergenti o su prodotti appartenenti alla tradizione che magari godono di minore visibilità. In un periodo in cui il mondo del vino è molto attento alle proposte alternative, questi focus costituiscono un’occasione imprescindibile per conoscere realtà di nicchia dal grande fascino e dall’indubbio potenziale. Nella mia esperienza al Vinitaly 2025 tre sono stati gli appuntamenti a tema che ho scelto di seguire, dedicati rispettivamente a Calabria, Val d’Aosta ed Emilia-Romagna.

Il primo, dal suggestivo titolo “Calabria: Italy’s best-kept wine secret” (il segreto meglio custodito del vino italiano) e organizzato da Cronache Di Gusto con Vinitaly International Academy, ha fatto il punto sulla ricca e poliedrica offerta proveniente da questa terra, chiamata dai greci Enotria per la sua chiara vocazione alla viticoltura, e oggi in fase di riscoperta grazie anche al traino della DOC Cirò. Il giornalista Federico Latteri, profondo conoscitore dei vini del sud Italia, ha guidato il pubblico in un suggestivo itinerario che ha toccato ogni lembo della regione, dando contezza delle tante varietà autoctone qui conservate.

Dodici referenze in degustazione, per la fotografia completa di un territorio complesso, prevalentemente montuoso, stretto fra due mari ed esteso in longitudine per oltre 250 km, dal massiccio del Pollino all’Aspromonte, che attualmente vanta 9 denominazioni e 10 indicazioni geografiche. Apprendiamo così che il ventaglio enologico della Calabria può spaziare da bianchi profumatissimi e strutturati a rossi di razza, corposi e concentrati, dotati di grande longevità. I “segreti” del titolo portano il nome di Pecorello, Mantonico, Granaccia Bianca, Greco Bianco, Gaglioppo (forse l’uva più nota), Magliocco e Greco Nero: un’abbondante materia prima che si presta a differenti letture da parte delle aziende, per una gamma di sapori in grado di catturare la curiosità di ogni appassionato.

Trasferimento al nord del paese per il secondo appuntamento, voluto dal Consorzio dei Vini della Val d’Aosta per celebrare il proprio quarantennale tramite due simboli di eccellenza: le DOC Blanc de Morgex et de La Salle e Muscat de Chambave. Quasi superfluo ricordare le difficoltà che implica la viticoltura praticata in alta montagna, per le notevoli pendenze, le incertezze climatiche e la frammentazione dei vigneti, con la diretta conseguenza di un lavoro svolto quasi al 100% manualmente. Ma, pur rappresentando punti critici, questi elementi hanno nel tempo favorito una forte coesione fra produttori (con la creazione di ben sei cooperative) e accresciuto il senso di comunità, aspetti che si riflettono in positivo sulla qualità media dei vini.

Al pari di altre parti d’Italia, la Val d’Aosta vive una rinascita enologica negli anni ‘60, grazie soprattutto alla fondazione dell’Istituto Agricolo Regionale su impulso del canonico Joseph Vaudan. Ad un altro uomo di fede, l’abate Bourgeat, si deve invece la valorizzazione del Prié Blanc, uva coltivata nei comuni di Morgex e La Salle in vigne a piede franco situate tra i 900 e i 1200 metri per soli trenta ettari totali, gestiti pressoché interamente dalla realtà associativa Cave de Mont Blanc (specializzata nella spumantizzazione ad alta quota). L’unicità del terroir valdostano si ritrova anche nell’aromatico Moscato, vitigno che – con il biotipo petits grains – nell’areale di Chambave ha trovato un habitat confortevole, dove esprime il suo meglio sia nella versione secca, sia in quella passita. Gli oltre 50 soci de La Crotta di Vegneron sono i principali esponenti di questa piccola produzione (solo 15 ettari), che portano avanti all’insegna della sostenibilità e della difesa del paesaggio alpino.

Giro conclusivo con la passerella di otto vini dolci dall’Emilia Romagna, incontro promosso dalle due AIS regionali e focalizzato appunto su questa specifica categoria, che vanta una storia radicata nel mondo contadino padano, rappresentando per secoli il “calice” della festa e dell’accoglienza. Una tipologia che oggi merita di essere rilanciata per la sua versatilità, dall’abbinamento con la gastronomia tipica (torta di riso, pasticceria da forno, fino al Parmigiano Reggiano stagionato e ai salumi) al classico consumo a fine pasto o per meditazione. Il confronto permette inoltre di rammentare il carattere eclettico e generoso di tante uve autoctone, che si prestano facilmente a più generi di vinificazione – spumante, frizzante, secco o dolce appunto – riconosciuti negli stessi disciplinari di riferimento.

Le etichette passate in rassegna toccano l’intera estensione dell’Emilia-Romagna, a testimonianza di un’usanza molto diffusa nelle aree rurali. Lambrusco amabile per il Modenese, Malvasia di Candia nella provincia di Parma, il raro Vin Santo di Vigoleno dei Colli Piacentini, il Grechetto gentile attorno Bologna (con il nome di Pignoletto) o verso la riviera riminese (dove è chiamato Rebola), i “ritrovati” Centesimino e Famoso (o Rambëla), rispettivamente nel faentino e nel ravennate, per finire con l’Albana dell’Appennino forlivese, attaccata dalla muffa nobile: ecco il campionario dei vini dolci regionali, capaci di regalare un grande ventaglio di emozioni visive, olfattive e gustative, e perciò degni di essere apprezzati anche oltre i confini.

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