L’ONDA ROSA ARRIVA AL VINITALY 2024

Voce alle donne! Nel settore del vino la presenza femminile è ormai radicata da tempo, anche se – come in molti ambiti della società italiana – viene spesso sottorappresentata, tanto da dover arrivare alla nascita di specifici gruppi o associazioni per mettere in luce il suo contributo. Proprio da uno di questi organismi, Fisar in Rosa, giunge lo spunto per parlare di esperienze che ho potuto conoscere nei giorni dello scorso Vinitaly e che mostrano alla perfezione quanto il “fattore D” debba trovare pieno riconoscimento.

Fisar in Rosa (progetto nato nel 2011 all’interno di FISAR per valorizzare il ruolo delle sommelier) ha infatti promosso in occasione di Vinitaly 2024, una serie di eventi – intitolati “Parole nel calice” – che vogliono affermare l’apporto speciale delle donne alle attività legate al vino. Di particolare stimolo in tal senso è stato l’incontro – ospitato nello stand della cantina abruzzese Villa Vestea – con il giornalista Angelo Peretti, autore del libro “Esercizi spirituali per bevitori di vino”, dove si richiamano e si approfondiscono i tanti aspetti emozionali, culturali, di convivialità e di scambio connessi al gesto del bere, che superano in importanza la mera analisi tecnica.

Durante l’intervista Peretti ha ricordato come l’aggettivo generico “rosato” – da lui definito un’attitudine più che un colore – nasconda in realtà un’ampia gamma di differenze e sfumature, e che la sua poca considerazione sul mercato non renda merito alla tradizione vinicola italiana, la quale vanta nella categoria almeno tre esempi nostrani: il Cerasuolo, il Chiaretto, i vini da palmenti nel meridione. Sollecitato sulle questioni di genere, Peretti sottolinea quanto il “soffitto di cristallo” (la famosa cupola invisibile da infrangere per dare pari dignità e opportunità alle donne nelle professioni) comporti una grossa perdita collettiva in termini di ricchezza e diversità di vedute, rimuovendo il valore umano che le donne esprimono con il loro vissuto.

A conclusione del talk, un bicchiere di Cerasuolo d’Abruzzo introduce al racconto della padrona di casa Stefania Galasso, ideatrice di Villa Vestea (Nocciano, PE), costola delle proprietà di famiglia che nasce seguendo un desiderio, quello di fermarsi e ritrovarsi, dove il vino ridiventa un momento di piacere personale da apprezzare sulla base delle sensazioni positive che trasmette, al di là di punteggi e schede. La scelta di Stefania Galasso coincide non a caso col periodo della sua maternità, quando le appare chiara l’esigenza di un recupero della dimensione intima nel proprio mestiere, e del rapporto sostenibile con la terra, rallentando i ritmi frenetici imposti dall’industria moderna per concentrare l’attenzione sulla bellezza di cui siamo circondati. Perciò in Villa Vestea viene seguita una filosofia di totale coinvolgimento, affinché tutti gli attori del lavoro in vigna e in cantina partecipino allo stupore che regala il percorso dell’uva dalla pianta alla bottiglia.

Due sorelle pugliesi (altra terra di rosati) sono invece le artefici dell’azienda MadriLeone (Trinitapoli, BT), estesa su un pugno di ettari nell’area del Tavoliere. L’iniziativa di Marilia e Linda Leone ha il preciso obiettivo di celebrare l’universo femminile con le loro etichette, dedicate a donne italiane che nel corso dei secoli hanno lasciato un segno tangibile nella vita del paese, restando però misconosciute alla maggioranza delle persone. Ogni prodotto di MadriLeone, ricavato da vitigni autoctoni con affinamento in solo acciaio (con l’intento di preservarne le caratteristiche primarie), è stato associato a una figura che ne richiamasse i tratti salienti: la tenacia e l’eleganza per il Nero di Troia; la generosità per il Primitivo; la delicatezza per il Bombino bianco. Una splendida storia di orgoglio e voglia di riscatto, per le donne ingiustamente dimenticate e per la propria terra d’origine.

Le vicende di due sorelle sono protagoniste anche nel caso di Marina Romin, titolare dell’omonima azienda vinicola di Terricciola (PI), che nel 2017 rileva l’attività dalle sorelle Paola e Donatella Palazzi, e con essa, i saperi di quasi 50 anni di cammino. Le Palazzi, oltre ad essere pioniere dell’imprenditoria femminile (avendo fondato la cantina nel 1973), si erano distinte per la visione lungimirante in viticoltura, con l’immediato orientamento verso metodi di coltivazione biologici. Un’eredità che Marina Romin ha accolto e proseguito senza indugi, mantenendo altri capisaldi delle due precursore, come l’uso di soli vitigni autoctoni (tra cui i rari Pugnitello e Foglia Tonda) e la vinificazione in vasche di cemento. Dopo un periodo di apprendistato e di migliorie al corpo aziendale, nel 2022 Romin esce con una gamma di vini ampliata, al cui interno, all’insegna della continuità, il VinSanto porta appunto il nome “Sorelle Palazzi 1973”, simbolo di una conoscenza che si tramanda di donna in donna e che resta legata all’identità territoriale.


Dopo decenni in cui la scena enologica rischiava di rinchiudersi in un contesto quasi autoreferenziale, tanti segnali ci dicono della spinta costante a superare il recinto: nell’etica produttiva, nello stile dei vini, nell’immagine, nel linguaggio. Un’onda che, per essere veramente dirompente, deve porre in primo piano le competenze, le energie e le sensibilità femminili, risorse irrinunciabili in ogni prospettiva di cambiamento, come i miei incontri del Vinitaly 2024 hanno con forza testimoniato.

Lascia un commento