VINITALY E DEMETER CELEBRANO IL SECOLO DI VITA DELL’AGRICOLTURA BIODINAMICA

Il mondo del vino sta affrontando una serie di grandi mutamenti: parliamo di un fenomeno già in atto prima del 2020, ma che nel periodo post-pandemia ha subito un’indubbia accelerazione. Da un lato si assiste al riassetto dei mercati internazionali, con paesi come USA e Cina che registrano un andamento altalenante, dall’altro l’aumento della sensibilità verso il tema climatico e ambientale induce a rinnovati stili di vita e di consumo. In particolare, quest’ultimo aspetto porta a prefigurare una sorta di “nuovo umanesimo” (rubo l’espressione al giornalista Angelo Peretti) in campo agroalimentare, dove la persona torna al centro del discorso come attore fondamentale dell’ecosistema, in reazione a un ruolo della scienza e della tecnologia diventato troppo preponderante.

Ovviamente tutto ciò non poteva sfuggire all’occhio del Vinitaly, la principale fiera del settore a livello globale, e nell’edizione n. 56 appena conclusa, l’argomento ha trovato ampia ospitalità, sia fra gli ormai consueti padiglioni dedicati a esperienze concrete (Vinitaly Bio, Micro Mega Wines, FIVI, per citarne alcuni), sia con i dibattiti e i convegni presenti in programma.

Fra questi, ha avuto particolare rilevanza l’incontro promosso dall’Associazione Demeter, intitolato “2024: Cento anni dalle conferenze di Kobervitz: quali verità per la viticoltura biodinamica?“. Il panel, condotto dal direttore di Demeter Italia Giovanni Buccheri, ha offerto diversi spunti di riflessione sull’attualità nella ricorrenza delle note lezioni di Rudolf Steiner, tenute un secolo fa su invito di alcuni contadini tedeschi allarmati dall’impoverimento dei suoli a causa dell’uso massiccio di concimi chimici (introdotti dopo la Iª Guerra Mondiale). I vignaioli intervenuti – Michele Lorenzetti, Elisabetta Foradori ed Enrico Maria Casarotti – hanno testimoniato col proprio percorso, che dura da oltre vent’anni, quali siano i cambiamenti e i vantaggi che il metodo biodinamico è in grado di apportare alla qualità delle colture e, di conseguenza, degli alimenti avvalendosi dell’elemento umano.

Michele Lorenzetti – laziale ma trapiantato in Toscana – sottolinea come alle preoccupazioni di Steiner (“migliorare il valore del cibo contribuisce a nutrire un buon pensiero”) adesso se ne siano aggiunte altre ben più gravi: secondo i dati diffusi da Re-Soil Foundation il 28% dei terreni coltivabili in Italia è andato definitivamente perduto negli ultimi 25 anni, mentre oltre due terzi dei terreni hanno perso il 60% di sostanza organica; il 25% dei terreni europei non possiede un livello di sostanza organica sufficiente a garantire le funzioni vitali della pianta. Di fronte a questo quadro drammatico, Lorenzetti richiama l’urgenza che l’agricoltura sia ripresa in mano da persone che hanno una cultura agricola pratica, a stretto contatto con la terra, citando a tal proposito un passo delle conferenze: “il contadino che cammina per i suoi campi viene ritenuto ignorante dallo scienziato, ma la sua è una saggezza spirituale che non si esprime a parole. Il mero intelletto non arriva molto in là, non ci conduce a determinate profondità”.


La trentina Elisabetta Foradori insiste su un aspetto fondamentale della teoria steineriana, che lei ha ripreso nella propria attività, ovvero la funzione della fattoria quale organismo completo e a ciclo chiuso, in cui contadino, piante coltivate e animali “dialogano” fra loro e garantiscono l’autosufficienza del complesso agricolo (un’esigenza particolarmente sentita in Trentino, considerata la ristrettezza degli spazi), permettendo, tra l’altro, un impiego più efficiente e meno dispendioso di risorse. Differenziare, far tornare la vita vera tra i filari, puntare alla biodiversità rende infine gli agricoltori indipendenti e liberi dalle imposizioni dell’industria.

Per Enrico Maria Casarotti – dal Veneto – il rapporto con i principali strumenti della biodinamica, compost e preparati, racchiude sorpresa ed entusiasmo, perché consente di diventare parte del sistema e assistere letteralmente alla rinascita dei suoli. Casarotti evidenzia che nell’ottica steineriana cambia anche il concetto di malattia o di difetto della pianta, non più fattore di squilibrio su cui intervenire in maniera drastica e invasiva, ma segnale di normalità quando il resto del contesto rimane salubre. Si impara dunque a privilegiare la pratica dell’osservazione e ad aver fiducia nelle capacità riparatorie della natura, se questa viene riabituata ad attivarsi.


Il fatto che l’agroindustria, tramite i trattamenti biostimolanti, cerchi di copiare oggi le intuizioni di Steiner, senza peraltro giungere agli stessi risultati, dimostra a distanza di cento anni la validità del metodo biodinamico, nonostante la cattiva comunicazione voglia presentarlo come qualcosa di esoterico e quasi stregonesco. In chiusura, i tre relatori hanno riconosciuto che l’approccio a tali pratiche ha significato per loro una profonda crescita personale, in termini di propensione a sperimentare, a farsi sempre nuove domande, a sollecitare i propri sensi, a costruire reti e interrelazioni, ricevendo nel tempo tante gratificazioni, a partire dalla bontà del vino prodotto. Con la biodinamica, il contadino torna dunque ad essere protagonista e a costituire un tassello essenziale del recupero di una cultura alimentare sostenibile.

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