
Torna per il quinto anno a Bologna Fiere Slow Wine Fair, la fiera – nata sotto l’egida di Slow Food – dedicata al vino buono, pulito e giusto, come recita il manifesto di affiliazione. Continua anche nel 2026 la collaborazione con SANA Food, salone internazionale del cibo biologico e naturale in corso negli stessi giorni: un sodalizio voluto allo scopo di rafforzare la partnership fra soggetti che condividono la stessa visione culturale e scientifica in campo agroalimentare, e offrire così un’occasione unica d’incontro fra aziende virtuose e un pubblico di consumatori e operatori orientato verso prodotti dal forte contenuto etico.



La risposta generosa delle cantine (oltre 1100 gli espositori agli stand, provenienti sia dall’Italia che dall’estero) testimonia l’esigenza diffusa di contrastare la crisi globale – che tocca anche il mercato del vino – puntando su qualità, approccio sostenibile e legame con le comunità di origine. Una rete di piccole e medie realtà, spesso a carattere familiare, consapevoli che la tutela e la garanzia di futuro per la propria impresa passano necessariamente per l’impegno quotidiano nella conservazione del paesaggio e nella ripresa del patrimonio di saperi ereditato da chi è vissuto per secoli in quegli stessi luoghi.



Com’è noto, la missione di Slow Food si rivolge al sostegno e all’adozione di politiche responsabili in agricoltura, con azioni che investono diversi ambiti: difesa della biodiversità, filiere trasparenti, bando della chimica di sintesi, strumenti di finanziamento accessibili, presidio dei territori, rispetto del lavoro. Proprio il tema della dimensione sociale del vino, in termini di impatto sulle persone e sulle comunità, si pone al centro di questa edizione, con incontri, convegni e altri approfondimenti; di particolare rilievo l’appuntamento che ha visto l’Arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi e il fondatore di Slow Food Carlo Petrini in dialogo con i giovani vignaioli presenti a Slow Wine Fair.



La riflessione su questioni legate al contesto lavorativo – dalle forme di sfruttamento al gap di genere, alle difficoltà per le nuove generazioni di acquistare terreni – si è sviluppata anche tramite un ciclo di webinar che ha preceduto la manifestazione. Nel talk a cui ho assistito, i tre relatori coinvolti – Andrea Zago (enologo, direttore di Cambium), Francesco Sottile (docente di agraria presso l’Università di Palermo) e Maria Mendonca (portavoce del Porto Protocol) – hanno evidenziato i vantaggi anche economici nell’adozione di buone pratiche e comportamenti corretti durante il ciclo produttivo, smentendo il luogo comune per cui “maggior attenzione all’ambiente” uguale “aumento dei costi”.

Un altro momento importante si è avuto con la conferenza “L’uva è donna”, introdotta dalla presidente di Slow Food Italia Barbara Nappini. I quattro interventi – di Amelia Birch (titolare di un wine bar a Sydney), Franca Miretti (comproprietaria di Cantina Del Pino), Laura Donadoni (giornalista e scrittrice) e Jean-René Bilongo (presidente della Fondazione Rizzotto) – hanno toccato alcuni aspetti critici della presenza femminile nel mondo del vino: la difficoltà ad affermare il proprio valore in uno scenario dove storicamente prevalgono gli uomini, gli impieghi “invisibili” e sottopagati fra le operaie agricole, fino ai fenomeni di molestie e discriminazioni. In questo quadro cupo, un segnale di cambiamento arriva dal progetto “Grapes of change”, finanziato dall’Unione Europea, che punta a promuovere l’enpowerment femminile nel settore e il riconoscimento della diversità come ricchezza.




Slow Wine Fair si conferma dunque uno spazio di condivisione e formazione, dove tutti gli attori coinvolti sono chiamati a svolgere la loro parte e a stabilire un patto reciproco. Solo la sinergia fra produttori, consumatori, venditori e istituzioni può fare la vera differenza e costruire così quella giustizia sociale indispensabile per il comparto alimentare e per l’intero pianeta.
