
Per un’azienda che risiede nel Chianti Classico, la conoscenza profonda dell’uva sangiovese e l’abilità nel saperne interpretare ogni sfaccettatura sono aspetti fondamentali per distinguere il proprio prodotto. Ne ho avuto la riprova visitando la Tenuta Le Filigare di San Donato in Poggio (Barberino-Tavarnelle, FI), dove ho potuto constatare che queste competenze sono sviluppate ai massimi livelli.

La tenuta, collocata al crocevia tra le province di Firenze e Siena e parte di un borgo di origine medioevale, appartiene dalla fine degli anni ‘70 alle famiglie Cassetti-Burchi, che si dedicano da subito al recupero degli immobili e dei terreni, all’epoca in stato di abbandono. Si deve all’iniziativa di persone come loro il ritorno di queste zone all’antica bellezza, e a quello che in tutto il mondo è conosciuto e ammirato col nome di Chianti-shire. Oggi è Alessandro Burchi a portare avanti l’attività col supporto del figlio Lorenzo, coadiuvati dall’enologo Alberto Antonini e dall’agronomo Raffaello Tiezzi, che ci hanno accompagnato nella visita odierna assieme alla sommelier della tenuta Valentina Porretta, curatrice dell’evento.



La crescita dal punto di vista vinicolo si deve in parte a una coincidenza fortuita, grazie all’incontro casuale del padre di Alessandro, Carlo, con il celeberrimo Giacomo Tachis, il quale – conosciuta la realtà di Le Filigare – lo spronò a insistere nel lavoro sulla vigna, ben conoscendo le potenzialità del posto. Ci troviamo infatti in un’area tra i 450 e i 550 metri di altitudine, quindi molto fresca e ventilata, con correnti che giungono anche dal mar Tirreno e “sanificano” i grappoli al loro passaggio; una fetta dei vigneti si estende nel comune di Castellina in Chianti, a sottolineare la posizione dell’azienda proprio nel cuore del Chianti Classico; l’influenza marina è testimoniata dalla presenza inusuale di pini marittimi. Un contesto unico, che vanta un’ulteriore ricchezza – ci ricorda Alessandro Burchi – nella variabilità dei terreni.



Dal 2016 la coltivazione è biologica, anche se l’enologo Antonini preferisce definirla tradizionale, cioè precedente all’uso massiccio di prodotti di sintesi in agricoltura. La connessione ritrovata è invece quella fra pianta e suolo, grazie all’utilizzo di pratiche che, incentivando la biodiversità, danno “respiro” alla terra e consentono alla vite di penetrare in profondità per trovare nutrimento. I passaggi in cantina sono rigorosamente organizzati: fermentazione in acciaio, malolattica in cemento, affinamento in legno. Nell’ottica di rafforzare il connubio col territorio si sta sperimentando la maturazione in una botte grande realizzata con legno toscano. Vinificazioni separate per conservare il carattere di ogni parcella e della sua composizione (galestro=potenza; alberese=mineralità e finezza, arenarie=vini asciutti ed eleganti): singoli profili che poi si combinano con i blend.



Questi brevi cenni fanno intuire l’importante percorso intrapreso da Le Filigare ormai da alcuni anni: un progetto di riacquisizione dell’identità e autenticità del Chianti Classico, che ruota appunto attorno al Sangiovese. Dopo aver mostrato al mondo, tramite i supertuscans, che nella nostra regione si possono ricavare grandi vini, la fiducia e l’autorevolezza conquistate hanno permesso di riscoprire e rivalutare la storia del luogo, studiando in modo più analitico il clima, le varietà autoctone, gli accorgimenti da operare in fase di produzione. Una ricerca di miglioramento continuo, che comporta un confronto pressoché quotidiano fra tutti i collaboratori.



Arriva il momento di sedersi a tavola, e assaggiare il frutto di tanto impegno. Ben undici sono le etichette dove il Sangiovese si affaccia, in blend o in purezza. Oltre ai tre Chianti Classico (base , Riserva, Gran Selezione), l’uva toscana per eccellenza si offre in versione bianca, rosé, spumantizzata, in abbinamento con vitigni internazionali e – dulcis in fundo – nel raro Vin Santo Occhio di Pernice. Un’esplorazione così completa penso sia difficile da rintracciare, e mostra la capacità raggiunta dal team di Le Filigare nel comprendere e valorizzare ogni aspetto di quest’uva. A partire dallo Spumante Brut Rosé Metodo Classico, e poi nel bianco Cantico e nel Rosato, sono ovviamente i profumi floreali a prevalere, uniti a una bella acidità in evidenza. L’IGT Germoglio rappresenta invece – per dirla con Alessandro – il vecchio “vino del fiasco” da consumare in famiglia, leggero per cibi leggeri che non richiedono una grande struttura.
Col Chianti Classico DOCG Le Filigare (sangiovese, canaiolo e colorino; un anno di botte grande) si vira verso un vino a tutto pasto, dalla beva piacevole e rotonda. I due step successivi, il Chianti Classico DOCG Riserva Maria Vittoria e il Gran Selezione Lorenzo – anch’essi affinati in botte grande- sono altrettante introspezioni nella complessità che il terroir può regalare, sia dal lato degli aromi (con note – fra le altre – di liquirizia, tabacco, erbe balsamiche), sia delle sensazioni al palato (freschezza, eleganza, potenza), sempre conservando una vena brillante.



Nei due ottimi supertuscans Pietro (merlot, sangiovese, syrah) e Podere Le Rocce (cabernet sauvignon, sangiovese) ritroviamo la volontà dei proprietari di mantenere vivo il ricordo dei vini che li hanno portati a meritare attenzione, grazie a prodotti dal profilo pulito, dotati di trama importante ma con un sorso che si mantiene snello. Sul piacere dell’Occhio di Pernice (figlio di un invecchiamento nei caratelli di almeno 5 anni) potremmo disquisire a lungo. L’unione fra trebbiano, malvasia e sangiovese genera quel portentoso equilibrio di dolcezza mai stucchevole proprio dei Vin Santi più riusciti. E mentre lo gusto insieme al dessert servito a fine pranzo, penso a una frase detta oggi da Antonini: “non fare i vini per il mercato, ma cercare un mercato per i vini che si fanno”, per capire, al termine della visita, che la direzione intrapresa racchiude tutta la forza e la garanzia di futuro della Tenuta Le Filigare.



