AD ENOMUNDUS 3.0 SPAZIO AI VINI ESTERI EMERGENTI

Giunta alla sua terza edizione, la rassegna Enomundus – organizzata dall’omonima associazione – conferma di essere un punto di riferimento per la conoscenza e la promozione nel nostro paese dei vini esteri. L’appuntamento, rivolto agli operatori e al pubblico di appassionati, si è tenuto il giorno 6 aprile nelle accoglienti sale dell’Hotel Albani di Firenze, e come di consueto ha visto affiancare ai banchi d’assaggio (con venti cantine in rappresentanza di 13 nazioni) due importanti masterclass di approfondimento.

La prima masterclass, a cui ho assistito, è stata dedicata ai “vini emergenti”, provenienti da regioni che in buona parte vantano un grande passato enologico e un notevole patrimonio di vitigni autoctoni, ma che, per ragioni storico-politiche, sono rimaste a lungo ai margini della produzione mondiale, tornando solo negli ultimi tempi a riconquistare una meritata attenzione. La lezione, introdotta da Olfa Haniche – presidente di Enomundus – e condotta dalla giornalista Elisabetta Failla, ha avuto come protagonisti i vini di Albania, Georgia, Cipro e Romania, accompagnati dai prodotti del prosciuttificio iberico Beher e della gastronomia Dolce Emporio di Firenze.

Flori Uka, titolare dell’azienda Uka Wine, presenta le due etichette albanesi in degustazione. Formatosi a Conegliano Veneto e a Udine in enologia, Flori ha avviato la sua attività imprenditoriale con l’obiettivo di recuperare varietà locali quasi scomparse. Nella sua missione entra così in contatto con 250 famiglie contadine, che conservano un rapporto simbiotico verso la vite, coltivata con metodi naturali. Il suo vino in assaggio è il Ceruja, nome dell’uva bianca proveniente da piante a piede franco allevate a pergola, di età media tra gli 80 e i 100 anni, che esiste solo in 14 villaggi. L’annata servita, la 2018, mantiene tuttora grande freschezza e spalla acida; Flori segnala poi un’altra peculiarità del Ceruja: l’ estratto secco pari a 20g/litro, che lo rende corposo come un rosso.

L’orange Plithure 2021 arriva dall’azienda di Artan Balaj, possessore di una cantina unica, situata in una galleria costruita da greci durante la IIª guerra mondiale, e che gode di una temperatura costante di 10 gradi, ideale per la vinificazione. Il Plithure è 100% Shesh bianco – fra le più diffuse in Albania – con 40 giorni di macerazione sulle bucce: naso selvatico, vivace, (aromi di buccia d’arancia candita, resina, cera d’api, sottobosco); colore tonalità tigre; di grande impatto alla beva, con trama tannica decisa e sorso salino.

Ioanna Mechea ci parla invece di Domaine Dumetrier, azienda rumena nata nel 2011 e a conduzione totalmente biologica dal 2021, situata in una collina affacciata sul Danubio, non distante dal mar Nero . La filosofia si orienta verso un gusto moderno, improntato alla bevibilità e al consumo versatile, come dimostra il Composition Rosé 2021, da uve syrah. Questo vino, inizialmente ricavato per salasso, ha nel corso degli anni “meritato” una cura più attenta, a sottolineare che i rosati possono godere di pari considerazione rispetto ai rossi e ai bianchi. Fermentazione al 70% in acciaio e 30% in barrique, il Composition offre un ampio bouquet di frutti rossi, sapidità, iodio marcato, e si abbina ottimamente a piatti di pesce – dalle crudités ai gamberi – rivelandosi buon compagno anche del foie gras in degustazione.

L’importatore Carlo Bagliani, della società Vinum Vini, racconta come, di fronte a una rapida crescita dei prezzi dei vini nei paesi di maggior blasone, il suo sguardo si sia orientato negli ultimi anni verso realtà di altrettanta tradizione, ma dal rapporto qualità-costi ancora favorevole. Tra le sue scoperte, una delle più affascinanti è certo la cantina Ekfraseis di Cipro: vigne a quasi 1600 metri di altezza, battute costantemente dal vento; piante prefillossera allevate ad alberello; utilizzo di maestranze nepalesi per la maggior attitudine a tali condizioni. Lo Xynisteri bianco 2021 esprime alla perfezione l’approccio “artistico” del suo creatore Christos Vassiliades: basti pensare che l’annata è stata prodotta unicamente per Vinum Vini, in quanto Christos non voleva che l’etichetta diventasse troppo di moda. L’affinamento al 50% in acciaio e 50% legno conferisce eleganza ed equilibrio fra note balsamiche, aromi floreali e la forte mineralità, per un vino davvero emozionante.

Dalla Georgia, patria originaria del vino, chiudiamo con la giovane azienda Nikoloz Winery, nata nel 2018 e fin dagli esordi seguita dall’esperto enologo italiano Andrea Paoletti. Anche in questa mitica terra le varietà indigene hanno rischiato la sparizione, e solo grazie a un faticoso percorso di ritrovamento (in particolare presso i monasteri e al confine con la Turchia) circa 500 vitigni sono adesso catalogati. Nikoloz, qui rappresentata da Ana Dval, si trova nella regione di Kakheti, la più vocata del paese, e il Saperavi 2019 in degustazione, da una delle uve iconiche georgiane, maturato in solo acciaio – dove svolge anche la malolattica – restituisce intatte le doti del vitigno: naso generoso di frutta e spezie; sorso polposo, profondo, vibrante.

Cinque vini che, con il loro carattere identitario, ci portano in connessione con altre culture, sottolineando il valore della diversità come strumento di confronto e di crescita reciproca. Questo il filo conduttore alla base delle iniziative di Enomundus, e che ad ogni evento riesce ad emergere con grande efficacia e successo di pubblico.

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